Ode alla notte (di A.F. Pessoa)

 

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Vieni, Notte antichissima e identica,

Notte Regina nata detronizzata,

Notte internamente uguale al silenzio, Notte

con le stelle, lustrini rapidi

sul tuo vestito frangiato di Infinito.

 

Vieni vagamente,

vieni lievemente,

vieni sola, solenne, con le mani cadute

lungo i fianchi, vieni

e porta i lontani monti a ridosso degli alberi vicini,

 

fondi in un campo tuo tutti i campi che vedo,

fai della montagna un solo blocco del tuo corpo,

cancella in essa tutte le differenze che vedo da lontano di giorno,

tutte le strade che la salgono,

tutti i vari alberi che la fanno verde scuro in lontananza,

 

tutte le case bianche che fumano fra gli alberi

e lascia solo una luce, un’altra luce e un’altra ancora,

nella distanza imprecisa e vagamente perturbatrice,

nella distanza subitamente impossibile da percorrere.

Nostra Signora

 

delle cose impossibili che cerchiamo invano,

dei sogni che ci visitano al crepuscolo, alla finestra,

dei propositi che ci accarezzano

sulle ampie terrazze degli alberghi cosmopoliti sul mare,

al suono europeo delle musiche e delle voci lontane e vicine,

 

e che ci dolgono perché sappiamo che mai li realizzeremo.

Vieni e cullaci,

vieni e consolaci,

baciaci silenziosamente sulla fronte,

cosi lievemente sulla fronte che non ci accorgiamo d’essere baciati

 

se non per una differenza nell’anima

e un vago singulto che parte misericordiosamente

dall’antichissimo di noi

laddove hanno radici quegli alberi di meraviglia

i cui frutti sono i sogni che culliamo e amiamo,

 

perché li sappiamo senza relazione con ciò che ci può

essere nella vita.

Vieni solennissima,

solennissima e colma

di una nascosta voglia di singhiozzare,

 

forse perché grande è l’anima e piccola è la vita,

e non tutti i gesti possono uscire dal nostro corpo,

e arriviamo solo fin dove arriva il nostro braccio

e vediamo solo fin dove vede il nostro sguardo.

Vieni, dolorosa,

 

Mater Dolorosa delle Angosce dei Timidi,

Turris Eburnea delle Tristezze dei Disprezzati,

fresca mano sulla fronte-febbricitante degli Umili,

sapore d’acqua di fonte sulle labbra riarse degli Stanchi.

Vieni, dal fondo

 

dell’orizzonte livido,

vieni e strappami

dal suolo dell’angustia in cui io vegeto,

dal suolo di inquietudine e vita-di-troppo e false sensazioni

dal quale naturalmente sono spuntato.

 

Coglimi dal mio suolo, margherita trascurata,

e fra erbe alte margherita ombreggiata,

petalo per petalo leggi in me non so quale destino

e sfogliami per il tuo piacere,

per il tuo piacere silenzioso e fresco.

 

Un petalo di me lancialo verso il Nord,

dove sorgono le città di 0ggi il cui rumore ho amato come un corpo.

Un altro petalo di me lancialo verso il Sud

dove sono i mari e le avventure che si sognano.

Un altro petalo verso Occidente,

 

dove brucia incandescente tutto ciò che forse è il futuro,

e ci sono rumori di grandi macchine e grandi deserti rocciosi

dove le anime inselvatichiscono e la morale non arriva.

E l’altro, gli altri, tutti gli altri petali

– oh occulto rintocco di campane a martello nella mia anima! –

 

affidali all’Oriente,

l’Oriente da cui viene tutto, il giorno e la fede,

l’Oriente pomposo e fanatico e caldo,

l’Oriente eccessivo che io non vedrò mai,

l’Oriente buddhista, bramanico, scintoista,

 

l’Oriente che è tutto quanto noi non abbiamo,

tutto quanto noi non siamo,

l’Oriente dove – chissà – forse ancor oggi vive Cristo,

dove forse Dio esiste corporalmente imperando su tutto..

Vieni sopra i mari,

 

sopra i mari maggiori,

sopra il mare dagli orizzonti incerti,

vieni e passa la mano sul suo dorso ferino,

e calmalo misteriosamente,

o domatrice ipnotica delle cose brulicanti!

 

Vieni, premurosa,

vieni, materna,

in punta di piedi, infermiera antichissima che ti sedesti

al capezzale degli dei delle fedi ormai perdute,

e che vedesti nascere Geova e Giove,

 

e sorridesti perché per te tutto è falso, salvo la tenebra e il silenzio,

e il grande Spazio Misterioso al di la di essi.. Vieni, Notte silenziosa ed estatica,

avvolgi nel tuo mantello leggero

il mio cuore… Serenamente, come una brezza nella sera lenta,

tranquillamente, come un gesto materno che rassicura,

 

con le stelle che brillano (o Travestita dell’Oltre!),

polvere di oro sui tuoi capelli neri,

e la luna calante, maschera misteriosa sul tuo volto.

Tutti i suoni suonano in un altro modo quando tu giungi

Quando tu entri ogni voce si abbassa

 

Nessuno ti vede entrare

Nessuno si accorge di quando sei entrata,

se non all’improvviso, nel vedere che tutto si raccoglie,

che tutto perde i contorni e i colori,

e che nel cielo alto, ancora chiaramente azzurro e bianco all’orizzonte,

 

già falce nitida, o circolo giallastro, o mero diffuso biancore, la luna comincia il suo giorno.

L’uomo che ascoltava

ho conosciuto solo un uomo capace di ascoltare.

Diceva che per quanto non avesse tempo da sprecare,

se qualcuno gli parlava, lui non poteva evitare….

 

Viveva delle parole, degli altri, e del saperle cercare.

Per trovarle, diceva, non dccorreva pensare,

ma aspettare tranquillo, che qualcuno parlasse

 

Io sbottavo, seccato, e dicevo che c’era da fare

che era un peccato stare a sentire chi. davvero, aveva poco da dire.

Lui, sorrideva, si fermava e cominciava a parlare:

 

“Tutti hanno qualcosa da dire, e quando io ascolto, il tuo mondo si ferma…”

diceva che erano le parole a …..

ma aspetta….

aspetta

aspetta.